Area 110 / Expo 2010 Shanghai

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Expo 2010 Shanghai “Better City, Better Life”

Se la domanda che inevitabilmente ci poniamo è comprendere il senso e la necessità di realizzare, partecipare o anche semplicemente visitare un’Esposizione Universale quando la rete – da google maps a YouTube – e la quantità di mezzi di comunicazione a nostra disposizione sembrano aver infranto e colmato qualsiasi distanza, qualsiasi curiosità, allora occorre dedicare qualche giorno a passeggiare nell’immensa area Expo di Shanghai, per rendersi conto dell’efficacia di un evento che, nonostante l’età – la prima edizione come è noto si tenne a Londra nel 1851 – rappresenta per il pubblico una straordinaria occasione di riflessione, più che di conoscenza, su questioni che, seppur note, evidenziano nella vicinanza e nell’accostamento delle differenze, tutto il valore della loro stridente attualità. Ovviamente il punto di osservazione della rivista, interamente dedicata all’evento, è virato sull’analisi delle proposte che influenzano e coinvolgono lo specifico disciplinare dell’architettura e del design, tuttavia non è possibile, almeno in premessa, soffermarsi soltanto sui temi riguardanti il valore propositivo dei padiglioni in quanto edifici, nè sottolineare i contenuti tecnologici e innovativi delle innumerevoli proposte; poiché in tre giorni, dal primo al tre maggio – tanto è durata la mia visita dopo l’opening – un qualsiasi visitatore, ancorché animato da necessarie doti di resistenza, riesce a valutare direttamente solo una parte dei contenuti disponibili. Farò quindi riferimento, per puntualizzare in sintesi le dieci questioni più importanti che a mio avviso emergono da questa incredibile epopea della rappresentazione, anche ai numerosi viaggi ed esperienze compiute in questi ultimi due anni come architetto – per progettare e costruire il padiglione B3-2 nell’area delle Urban Best Practice – oltre alle impressioni raccolte dopo il primo anno di vita dell’edizione cinese della rivista Area e il confronto con la redazione della testata che opera a Pechino.

1. Una dimostrazione muscolare di efficienza. Anche se la Cina, dopo le Olimpiadi del 2008, non aveva certo necessità di dimostrare ulteriormente al mondo di essere capace di organizzare alla perfezione un evento di portata universale; Shanghai 2010, sottolinea un primato gestionale e strategico frutto di un progetto ancorché temporaneo, tutt’altro che effimero poiché sorretto, come opportuno e indispensabile, da una straordinaria e nuova rete infrastrutturale che collega e sostiene l’intero evento. Il primo giorno, mezzo milione di persone hanno invaso senza alcuna difficoltà l’area Expo muovendosi attraverso tunnel fluviali, una nuova rete metropolitana e pedonale, macchine e bus elettrici, connessioni tra le due sponde garantite da un frequente sistema di battelli, percorsi raffrescati, ponti, viadotti, approdi, pensiline, tensostrutture, entrate e accessi ben distribuiti e di ampiezza inusitata. Un programma eccezionale, incredibile se paragonato ai tempi di realizzazione.

2. L’opportunità e l’importanza del tema: un’emergenza planetaria. “Better City better Life” non è semplicemente uno slogan ma la struttura narrativa dell’intera manifestazione. La questione non attiene tuttavia alla capacità delle varie nazioni partecipanti di aver estrinsecato più o meno consapevolmente un tema che taluni hanno colpevolmente disatteso, quanto l’aver posto all’attenzione del mondo, da parte della nazione ospitante, la priorità di un’emergenza ambientale che suona come questione decisiva per la sopravvivenza del pianeta. Inoltre l’argomento è stato proposto non facendo leva sulla paura e il catastrofismo, quanto sulla necessità di puntare sulla qualità della vita che nel 2050, come scrive Peter Greenaway nell’introduzione alla sua mostra all’interno del padiglione italiano, sarà concentrata, per due terzi della popolazione mondiale, nelle città e quindi sulla qualità complessiva di queste ultime.

3. Il valore interno e intrinseco della conoscenza. Per la maggior parte dei cinesi che non sono mai usciti dal proprio paese, pensiamo all’enorme numero di persone che vivono nelle campagne o nei centri minori, l’Expo, e quindi un viaggio a Shanghai, può offrire la possibilità di aprire una finestra sul mondo e acquisire quelle conoscenze che costituiscono il principale alimento per una nazione che ha fatto della crescita, del proprio sviluppo economico e culturale, la traccia di ogni azione strategica. Al contrario moltissimi ospiti stranieri rimarranno colpiti dal visitare, alla base del padiglione cinese, l’enorme area dedicata alle singole province dove è mostrata una Cina sconosciuta e diversificata.

4. Identità e differenze. Il carattere saliente dell’Expo si concentra nella comparazione immediata e diretta delle differenze fisicamente percepibili dalla consistenza o, più semplicemente, dal valore architettonico dei padiglioni, specchio delle diversità culturali esistenti tra popoli, tradizioni, conoscenze e tecnologie. L’orgoglio e la presentazione delle eccellenze sul piano tecnico, produttivo e culturale, conferiscono immediatamente la misura di una storia nazionale che quasi tutti evocano come elemento costitutivo di un futuro dominato dalla valorizzazione del senso di appartenenza, che risulta più evidente tanto nei paesi avanzati quanto in quei contesti dove la povertà non lascia spazio ad altri valori se non alla propria esistenza.

5. Disuguaglianze e distribuzione delle risorse. La visita dell’Expo svela verità conosciute e scomode a cui solitamente non prestiamo attenzione fino a che non siamo costretti ad un’analisi più consapevole sulle differenze economiche e delle risorse che caratterizzano le diverse aree geografiche del mondo. Se i paesi Europei hanno tutti un proprio padiglione, la Spagna addirittura un edificio per la sola città di Madrid ed un’enorme installazione per Barcellona – oltre al proprio stupendo e grandissimo padiglione nazionale progettato da Benedetta Tagliabue – i paesi africani sono quasi tutti posti all’interno di un grande contenitore dove la presenza degli stati si consolida spesso in stand e installazioni commoventi per la povertà dei mezzi disponibili. La distribuzione omogenea delle risorse mondiali alle soglie del terzo millennio rimane un’utopia palesemente e tristemente irraggiungibile.

6. Il primato architettonico dell’Europa. I padiglioni più interessanti dal punto di vista costruttivo e architettonico sono certamente, con l’eccezione del bellissimo traforo della “Corea”, i padiglioni europei. Inghilterra e Spagna in testa. Entrambi i padiglioni sono infatti caratterizzati dall’eccezionale suggestione di edifici che in realtà si rappresentano in straordinari involucri dai confini mutevoli e cangianti, vibratili, indefiniti e se il primo è il trionfo della raffinatezza e della tecnologia, il secondo esprime la propria forza espressiva in direzione diametralmente opposta. Divertenti e ironici l’Happy Street proposta dagli olandesi, così come il nastro percorribile che avvolge e definisce il padiglione danese.

7. Il trionfo delle superfici. Anche a causa della provvisorietà e temporaneità di molte delle costruzioni che certamente saranno demolite alla fine dell’Expo, l’architettura dei Padiglioni definisce il trionfo delle superfici e dei rivestimenti fino a confondere o unire contenitore e contenuto. Talvolta, la tattilità o l’immaterialità dei rivestimenti si confonde con le luci e le suggestioni tecnologiche, in altri casi le palesi difficoltà di budget e di investimenti lasciano il campo al puro decorativismo e alla grafica.

8. La fine dei linguaggi. L’Expo 2010 dimostra che almeno sul piano dei linguaggi e delle espressioni artistiche non esistono tendenze dominanti o calligrafie vincenti e, ad eccezione di alcuni paesi, come l’Egitto il cui padiglione si presenta ricoperto da un’incongrua “pittura” che insegue un disegno fluido di Zaha Hadid, in generale predomina la ricerca di una identità espressiva che predomina sullo stilismo. Così il padiglione italiano, nonostante tagli di derivazione decostruttivista, è certamente monumentale e massivo, quello cinese, nonostante le dimensioni ciclopiche, un oggetto di chiara derivazione autoctona.

9. L’esasperazione virtuale. Shanghai sancisce inoltre il predominio del virtuale sul reale, del digitale e dell’elettronico sul meccanico, delle luci e dei video sui materiali tradizionali. Ogni padiglione, ogni mostra, ogni installazione fa largo uso di pannelli a LED luminescenti, proiezioni, filmati, strumenti multimediali e interattivi, tutti propongono il braccialettino elettronico che fa interagire il visitatore con le immagini proposte da monitor a LED di dimensioni gigantesche. Ma se va via la corrente che succede?

10. Assenza di Milano. Incredibile e ingiustificata in una esposizione incentrata sui temi urbani e sulla città, l’assenza di un padiglione interamente dedicato a Milano, la cui presenza è confinata in una stanza triangolare posta al piano terra del padiglione italiano dove, a fronte della scelta di un tema bellissimo e intrigante per il 2015 “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”, campeggiano i soliti tre rendering che da mesi sono visibili in internet e su tutti i giornali. Evidente la gaffe della città lombarda nei confronti del paese ospitante, da suicidio mediatico l’inopportuno understatement, dal momento che Milano sarà la prossima città ad ospitare l’Expo nel 2015. Incomprensibili ancora per l’Italia, le assenze di Torino, Firenze e Roma che l’anno prossimo dovrebbero festeggiare la propria presenza come città capitali per l’anniversario dei 150 anni dell’Unità d’Italia, ci sono però Bologna e Venezia con propri stand dedicati.

Marco Casamonti