AREA 130 / GATHERING PLACES

settembre/ottobre 2013
Comunicazione, Editoria, Letture critiche, Ricerca

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Architectural typology vs. behavioural typology

Per una tipologia dei comportamenti.

Dal punto di vista disciplinare siamo abituati a classificare gli edifici e le architetture in base al loro uso, cioè alle specificità e peculiarità che da questo ne derivano, a riconoscerle e distinguerle per tipologia, attività, caratteri distributivi, a studiarle e progettarle in relazione alle diverse esigenze espresse dalle necessità insediate. Secondo i consueti parametri tipologici, tendiamo inconsciamente a far prevalere il contenitore sul contenuto, le caratteristiche spaziali e materiche dell’edificio sui comportamenti e le attività umane, la consistenza costruttiva sull’abitare. Per questa via l’aeroporto, la stazione, l’ospedale, il centro commerciale, la piazza, sono tradizionalmente considerati come ambiti diversi e specifici come se fossero il treno, l’aereo, la sala operatoria e non già le persone, con le loro necessità, a partecipare individualmente e collettivamente alla vita della comunità, il soggetto del lavoro di ricerca e interpretazione affidato al progetto. Al contrario se alla tipologia architettonica sostituiamo l’idea di una tipologia dei comportamenti non è difficile comprendere come le differenze sul piano “tecnico” tendano a ridursi fino a confondersi e scomparire nella sostanza di ciò che viene costruito e abitato. Non si tratta di negare il valore o l’importanza della definizione di “carattere“ – secondo le ipotesi affermate alla fine del settecento da Francesco Milizia e rilanciate a metà del secolo successivo nel “Dizionario storico di architettura“ da Quatremère de Quincy – quanto di considerare il concetto di carattere, e quindi di identità, in relazione ai valori che l’architettura è in grado di esprimere in termini di comunicazione e narrazione delle proprie intenzionalità prescindendo dal suo uso specifico e settoriale in favore delle caratteristiche espresse dalle esigenze dei fruitori: il desiderio di privatezza, o all’opposto l’aspirazione ad incontrarsi e scegliere, al di fuori dell’ambito domestico, i luoghi deputati all’aggregazione che corrispondono alle necessità di una dimensione collettiva dell’esistenza. Ciò porta a sostenere l’importanza di studi e analisi delle caratteristiche architettoniche di una determinata opera in relazione alle reali esigenze delle persone in termini di effettivo svolgimento dei propri desideri e delle proprie attitudini. Conseguentemente appare più attuale e sensato proporre nuove classificazioni degli edifici secondo una più efficace sequenza di categorie incentrate su modelli di comportamento omogenei come spostarsi, incontrarsi, giocare, lavorare, acquistare, meditare e più in generale risulta opportuno distinguere, nella costruzione della città, le dimensioni dell’abitare che dipendono dall’ambito relazionale individuato: il singolo, la famiglia, le comunità di vicinato, le attività collettive a livello di quartiere, quelle urbane fino alla dimensione del paesaggio, alla sua conservazione e contemplazione. Secondo questa proposta scalarità relazionale questo numero di Area, prescindendo dal singolo specifico uso delle diverse opere presentate, affronta il tema delle architetture pensate e progettate per rispondere alle diverse esigenze della vita e degli spazi di aggregazione, i luoghi dove le persone incontrano le altre persone per soddisfare un primordiale quanto contemporaneo istinto a socializzare e vivere, partecipando, nella collettività.

Marco Casamonti

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