AREA 137 / CHINESE IDENTITY

novembre/dicembre 2014
Comunicazione, Editoria, Letture critiche, Ricerca

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Identità cinesi

Oltre dieci anni fa Area dedicò un numero alla lettura critica della realtà cinese partendo dallo studio delle due sue città più grandi ed importanti, Pechino e Shanghai. Quella ricerca fu realizzata a partire da un lavoro svolto come tesi di laurea da due studenti dell‘Istituto universitario di Venezia Stefano Avesani e Marcella Campa che ci proposero di svilupparlo e pubblicarlo. Si trattò per me, e per tutta la redazione, di un numero mitico, della scoperta di una realtà vissuta soltanto da lontano e di cui non avevamo piena coscienza, con una copertina che indicava già una direzione di lavoro che avremmo portato avanti nel tempo come centro di ogni attività in Cina. Dopo oltre dieci anni Stefano e Marcella, immediatamente partiti per Pechino dove avevamo aperto un primo luogo di ricerca e di studio, sono due affermati architetti-artisti con un figlio che parla perfettamente mandarino, si occupano ancora come ambito di ricerca di hutong, la tradizionale struttura urbana della città fatta di case a corte e strade strette, mentre la nostra frequentazione con il paese del dragone è stata, da quel momento, sempre assidua e costante. Abbiamo costruito amicizie ed edifici, realizzato con orgoglio l‘edizione cinese di Area, continuato con costanza a visitare e studiare una realtà che di giorno in giorno si è sempre fatta più interessante ed eccezionale nel senso letterale del termine. Quella Cina era ed è profondamente diversa da quella attuale; allora era il paese più popolato del mondo, mentre oggi il suo sviluppo vorticoso lo ha trasformato, dal 2014, nella prima economia del pianeta sorpassando gli Stati Uniti che detenevano il primato da decenni. Quella Cina distruggeva sul piano fisico se stessa e sulle macerie degli hutong rasi al suolo con disinvoltura importava modelli architettonici ed urbani dagli Stati Uniti miscelandoli in un international style vuoto e privo di contenuti, oppure viceversa ingigantiva goffamente alla scala del grattacielo le icone cinesi tradizionali, come la pagoda ed il tempio. Quella Cina non conosceva l‘architettura se non attraverso una ristrettissima cerchia di intellettuali ed artisti che coltivavano rapporti internazionali mentre tutto veniva progettato e realizzato dai giganteschi studi di derivazione governativa. Ma quella Cina che stava già capitolando con una maturazione esplosiva tanto quanto il suo PIL, non esisteva già più ed oggi è scomparsa nelle aree di maggiore visibilità anche se quella tensione critica che ha sostenuto la coscienza del cambiamento non può fermarsi proprio adesso che il senso del fare si avvia a riflessioni più attente. Quella Cina, con l‘occasione delle olimpiadi, ha chiamato i maggiori interpreti internazionali a realizzare le opere più importanti e simboliche, dall‘aeroporto di Foster alla sede del CCTV di Koolhaas, allo stadio Olimpico di Herzog & de Meuron, fino a contagiare dalla capitale i molti altri centri metropolitani in via di espansione come dimostra il recente aereoporto di Shenzen disegnato dallo studio Fuksas. Ma non è solo nell‘eccezionalità e nello stupefacente – periodo ormai definitivamente concluso con il recente diktat del primo ministro Xi Jinpin sulla moralità delle costruzioni – che si misura il cambiamento, quanto sulla decisione di interrompere la demolizione dei tessuti storici e preservarli dall‘estinzione, dalla scoperta del restauro e della valorizzazione dei manufatti di valore storico, dalla critica al gigantismo, tutt‘altro che scomparso, alla presa di coscienza della necessità di ritrovarsi intorno ad un orgoglio ed una identità nazionale che rischiava e, rischia tutt‘ora, di essere fagocitata dalla modernizzazione compulsiva ed inarrestabile di ogni atto quotidiano. Da uno stato senza architetti, esisteva solo l‘architettura e i progetti di stato, al premio Pritzker conquistato da Wang Shu – architetto a cui va ascritto il merito di aver lavorato sul tema dell‘identità culturale della Cina e di averlo proposto come alternativa alla globalizzazione imperante del gusto – si è passati ad un paese che ha accolto con entusiasmo il ritorno di centinaia di migliaia di giovani che continuano a formarsi nelle migliori università del mondo portandosi dietro contributi e ricerche che ormai hanno fatto presa nelle coscienze del paese. Di contro moltissimi maestri e professori stranieri frequentano stabilmente le più prestigiose università cinesi aprendo ad un ripensamento critico del primo periodo e raccogliendo opere di straordinario valore architettonico proprio perché riferite ad un ambito culturale ricchissimo di storia, di tradizione, di valori e di coscienza disponibili, come del resto ormai l‘intero paese, alla sperimentazione.

Per quanto riguarda l‘architettura, dobbiamo riconoscere che il basso costo della manodopera e la necessità di costruire con rapidità città intere, infrastrutture ed abitazioni, hanno trasformato la Cina, nel giro di pochi anni, nel più grande laboratorio architettonico del mondo, con tutti i rischi e le contraddizioni che questo comporta ed ha comportato: dalle città e dai quartieri fantasma, costruiti e mai abitati – valga per tutti l‘esempio di Ordos – alla ripetizione ossessiva di modelli abitativi anti urbani con l‘estremizzazione del modello delle “gate communities“, quartieri residenziali popolati da immensi palazzi recintati da muri. Tuttavia come dimostra questo numero di Area, si va facendo largo – e quando in Cina un fenomeno si avvia le conseguenze possono essere vorticose – una architettura più consapevole e colta, più ragionata e riflessiva, certo si tratta ancora di una élite – ma non è forse lo stesso in tutto il mondo – che lavora puntualmente realizzando edifici, manufatti di grande qualità, che mostra attenzione al contesto, che sperimenta senza ricercare l‘esagerazione iconica e lo stupefacente in voga pochi anni or sono, che riflette sul valore del proprio senso di appartenenza e della propria condizione culturale in cui l‘Oriente mostra se stesso indipendentemente dai modelli di importazione, tanto il classico quanto il moderno, che tuttavia sono osservati criticamente senza quell‘appiattimento, versus copia, che ha prodotto tanti danni sul piano dell‘immagine sopratutto in Cina. La battaglia culturale per l‘affermazione e la ricerca di valori, figurativi, tipologici e costruttivi, autoctoni è difficile in un paese così grande, sconfinato e differente; dall‘est all‘ovest della Cina tutto cambia, comprese le necessità connesse con il fuso orario, anche se il governo ha deciso la stessa ora e lo stesso tempo in tutto il territorio nazionale. Tuttavia è proprio per questo che è necessario lavorare ed insistere per l‘affermazione di quei valori culturali che siano in grado di valorizzare e cogliere le differenze che rappresentano per la Cina, come per tutto il resto del pianeta, l‘unica vera ragione che ci spinge a viaggiare e conoscere l‘altro da sé. Un altrove che la Cina va scoprendo e che dall‘alto oggi viene invocato come attenzione alla sobrietà ed alla moralità, specialmente nell‘ambito delle costruzioni.

Marco Casamonti

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