AREA 140 / ARCHITECTURE AND FOOD

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Around Food 2.0

Sia sul piano compositivo che critico architettura e cibo definiscono un nesso tautologico: si tratta in definitiva di “arti“ totalmente sovrapponibili. Esiste, ed è noto, una edilizia del quotidiano che ripete se stessa sulla base di modelli consolidati ormai parte di una tradizione costruttiva di cui il mercato itera gli esiti con pochissime variazioni, ed esiste parimenti una cucina del giorno per giorno, semplice, legata alle abitudini alimentari locali, talvolta purtroppo globalizzate. Esiste tuttavia, anche se minoritaria, una architettura i cui risultati sono frutto di ricerca e studio, opere che guardandole, per dirla con Valéry, ci parlano e ci trasmettono sensazioni e stimoli particolari, e allo stesso modo esiste una cucina che fa dei sapori e della composizione degli aromi un‘arte trasformando ogni pasto in una esperienza unica. Se accettiamo tale ipotesi e cioè la sovrapposizione dei giudizi, delle esperienze e delle attività, non possiamo non riconoscere che il valore delle differenze, della particolarità che si oppone alla banalizzazione, esprima, con evidenza, quanto sia privo di senso il diffondersi di un gusto internazionale che rifiuta le differenze culturali, che mortifica le specifiche identità, che non valorizza le tradizioni locali e le specificità dei luoghi e dei diversi contesti. È più facile spiegare l‘architettura e la sua specificità disciplinare attraverso il confronto con una particolare pietanza o con un pasto, che non affrontando, con i non addetti ai lavori, il tema di un‘arte, quella del comporre per costruire, che talvolta risulta eccessivamente complessa e quindi incompresa. Esiste in sintesi un rapporto di reciprocità metodologica che si estende dalla preparazione agli esiti, spiegandoci che in fondo entrambe queste attività, abitare e mangiare, sono indispensabili per la vita e, come tali, devono rispondere ad un carattere di necessità che in ogni caso non può esaurirsi nel semplice soddisfacimento dei bisogni. Ancora più interessante risulta comprendere come si comporta l‘architettura quando deve mettere in scena il cibo, quando deve accogliere luoghi pensati per l‘alimentazione poiché in definitiva, in questi casi per il progetto, è come raccontare se stesso o muoversi in un ambito dove i giudizi risultano, come evidenziato, del tutto sovrapponibili.
Mercati, food court, ristoranti, cantine, laboratori artigiani, non sono allora semplici contenitori o distributori di gusto ma luoghi dove narrare il senso di una appartenenza culturale che trasforma ogni ambiente in una esperienza multi sensoriale che pone al centro del proprio codice genetico il gusto. Non solo i migliori progetti e le migliori opere dimostrano come il gusto sia indissolubilmente legato ad un piacere estetico tale da costruire una figuratività dei saperi che risulta non meno importante, in relazione al consumo e all‘acquisto dei prodotti agroalimentari e della genuinità degli ingredienti. Ambiente e sapori, costituiscono in definitiva nelle migliori esperienze l‘esplicitazione di quella simbiosi che colpisce i nostri sensi in tutte le direzioni realizzando quella “pienezza“ del sentire che porta verso la felicità. Naturalmente per chi può permettersi di vivere fuori da quell‘emergenza che quando è alimentare è anche abitativa e viceversa.

Marco Casamonti

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Progettomaggio/giugno 2015