AREA 145 / UNDERWORLD

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A Stone Sky

C’è un passo, nelle “Cosmicomiche“ di Calvino, che descrivendo il nostro pianeta da un insolito punto di vista, cioè dal di dentro, sovverte il modo abituale di pensarci abitanti del mondo; ci sprona a riflettere sulla possibilità di una dimensione altra – meno ‘superficiale‘ nel senso letterale del termine – dell’abitare. E ci aiuta a comprendere pienamente che la linea di terra non separa ciò che è vivo da ciò che è inerte e ciò ha valore da ciò che è senza sostanziale importanza, che lo scavo non è solo l’atto della fondazione, non è solo qualcosa che sta prima della costruzione, non è solo la premessa, ma può essere anche lo svolgimento di un progetto di architettura1.
Il brano racconta di due personaggi Qfwfq e Rdix, terrestri per appartenenza, che vivono però nel sottosuolo mentre “un cielo di pietra” ruota sulle loro teste. Visione immaginifica che sollecita un’analisi sia delle occasioni mancate (tante), sia di quelle colte (più di quanto non si pensi e non si conosca) nella progettazione architettonica ipogea più recente.
Con questo numero Area contribuisce al dissolvimento di un pregiudizio duro a morire, che confina l’architettura ipogea in un universo residuale, considerato minore, restituendole la centralità che merita proprio perché in essa risiede un elemento essenziale della qualità delle nostre città. La linea di terra è infatti uno dei nuovi confini, una delle nuove frontiere dove le città contemporanee misurano la direzione del proprio futuro.
Tutto ciò pone un problema ineludibile di qualità. Sono tante infatti e saranno sempre di più le ragioni, che determinano, o anche solo suggeriscono, il ricorso alla dimensione ipogea. A volte risiedono nella necessità di operare una vera e propria rinuncia alla forma esterna, al confronto con il paesaggio; spesso sono figlie di una costrizione obbligata, più raramente, ma non in maniera così sporadica, derivano dalla libera ricerca di un’alternativa progettuale.
Ciò che le unisce è la coincidenza del limite estremo con l’estrema ricchezza, del contesto con la condizione. Nessuna di queste circostanze garantisce di per sé la qualità. Tuttaltro. I progetti pubblicati in questo numero e i saggi che li precedono, dimostrano sia la difficoltà del tema (meglio dire dei temi), sia la possibilità per l’architettura, di risolverlo/i. Nessuna pretesa, come è ovvio, di offrire un panorama esaustivo, o di dire una parola definitiva su un filone della progettazione che – come un fiume carsico – scorre da sempre sotto le nostre città. Piuttosto il tentativo di riallacciare, anche solo nella memoria di chi ci leggerà, il filo di un discorso mai interrotto. Un fluire che ha conosciuto capolavori come il Museo del Tesoro di Albini a Genova dove basta il disegno della pavimentazione nel cortile della Cattedrale di San Lorenzo ad evocare la pianta sottostante del piccolo gioiello completamente celato all’esterno. Un percorso che in epoca più recente ha saputo misurarsi con un’inedita attenzione al profilo estetico anche in progetti per loro stessa natura più prosaici, come avviene ad esempio nel parcheggio sotterraneo del Nelson Atkins Museum a Kansas City. Qui un gioco di luce cangiante entra all’interno del parco riprogettato da Steven Holl attraverso le ‘lune‘ vetrate inserite sul fondo dell’acqua nell’opera di Walter De Maria, “One Sun, 34 Moons“. Area con questo numero parla della possibilità e dell’ambizione – per usare ancora le parole di Calvino – di fare del “cielo di pietra“ del mondo ipogeo qualcosa di persino più limpido del nostro cielo di nuvole.

Maria Argenti

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