Costa Adriatica

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Alcune parti di costa Adriatica sono così densamente costruite da non lasciare intravedere l’acqua da un lungomare che talvolta non esiste perché racchiuso da una cortina di mattoni, vetri, balconi, tende e chioschi che in estate non hanno niente di temporaneo, neanche l’orario di chiusura. Alla palazzata che caratterizza alcuni centri turistici dove il caos, l’affollamento umano ed edilizio, sono ricercati come valori sinonimo di una qualità del vivere incentrata sul divertimento e lo shopping, si contrappongono tratti solitari e distanti, abitati da frammenti autocostruiti, sospesi sul mare, un pò case da lavoro, un pò macchinari per la pesca. Artificiali, eppure straordinariamente naturali, i trabucchi o trabocchi, sono collegati alla terraferma da flebili e vibranti pontili da dove la vista della costa risulta straordinariamente poetica, un paesaggio di cui essi stessi costituiscono eccezione e fondamento, esprimendo, con la propria necessità, il carattere romantico e austero di un litorale che vede l’alba ma volge le spalle al tramonto. Per noi, tutti appartenenti al lato tirrenico della costa italiana, se non addirittura “terranei” d’appartenenza, sospesi tra una tradizione appenninica o tosco-umbra, l’Adriatico si materializza nella visione di due opposti, l’uno pop e pstmoderno, kitch, compresso, rumoroso fino alla volgarità e per questo, forse, tanto affollato e seducente, l’altro, silenzioso, concreto, irrazionalmente funzionale, tanto da spostare l’abitare e le attività di lavoro dalla terra al mare per realizzare, inconsciamente, quell’antico desiderio di navigare, un’ambizione che, in quel tratto di mare, era predominio della sola Venezia, mentre ad ovest lo fu di Napoli, Pisa, Genova. Con una pratica tutta surreale, trasposta da un frammento felliniano che potremmo parafrasare nella “città dei trabocchi” – un ossimoro più che un titolo, una strategia o una visione, più che un progetto – abbiamo immaginato una possibile risposta alla metropolizzazione del paesaggio costiero (delirius Rimini?), attraverso la sovrapposizione dei due modelli per consentire alle nuove attività del litorale, ballare, mangiare, divertirsi, di conquistare il mare e, per questa via, consentire una autentica contemplazione della costa. All’opposto, dall’interno, dalle pinete e dalle strade affollate di condomini e alberghi, questa sorta di colonnato territoriale che si identifica “nei rami” di ferro dei nuovi trabocchi, permette di rilevare la presenza nascosta della linea di confine tra terra e acqua, e quindi percepire, nella confusione di una urbanità maldestra, la direzione del mare. Come nei trabocchi, ingigantiti per accogliere la folla rutilante delle città costiere, l’abitare in questa sorta di alberi scultura non è definitiva, ma temporanea, non è permanente ma occasionale, stupefacente di notte per il brulicare di luci provenienti dalla costa, vietata nei giorni di tempesta, inutile nelle mattine dense di foschia e di nebbie, a meno che non si voglia, per una volta, lasciarsi trasportare dal fascino di navigare solitari tra le nuvole e le nebbie di un Adriatico silente.

 Marco Casamonti

in Dromos. Libro periodico di architettura / Periodical Architectural Book, n. 1, 2010, Il nuovo Melangolo, Genova, Italia, pp. 74-75; 104-105

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