Nel biennio 1946-‘47, durante la sua breve ma incisiva direzione della rivista “Domus“, Ernesto Nathan Rogers, elabora una riflessione destinata a segnare in profondità il dibattito sull‘architettura e sulla ricostruzione postbellica. L‘editoriale “Una casa per ciascuno, una casa per tutti“ costituisce un testo fondativo e di straordinaria attualità in cui la questione dell‘abitare e della “casa“ viene posta in relazione strutturale con quella della città e, più in generale, con la dimensione sociale e civile dell‘architettura.
Rogers afferma con chiarezza che la casa non può essere ridotta alla sola sfera individuale: pur essendo il luogo dell‘intimità, essa diviene, nella sua aggregazione, principio generativo della forma urbana. La casa è dunque, in termini quasi biologici, la cellula costitutiva del corpo della città. In questa prospettiva, la questione dell‘abitare si configura come un problema collettivo, che investe il rapporto tra individuo e comunità e chiama in causa una responsabilità diffusa del progetto in particolare in relazione all‘evoluzione e ai cambiamenti socioeconomici della società.
Il superamento del concetto di “alloggio minimo“, eredità delle ricerche degli anni Trenta, rappresenta il passaggio da una concezione quantitativa a una qualitativa dell‘abitare, inteso come esperienza umana complessa. La casa diviene così un diritto e, al contempo, un dispositivo fondamentale di costruzione del vivere associato.
Non è un caso che tali posizioni trovino un terreno di applicazione nell‘esperienze dell‘INA-Casa e dell‘edilizia pubblica del secondo dopoguerra, dove il tema dell‘abitare si intreccia con quello del lavoro e quindi in ultima analisi con la ricostruzione materiale e morale del Paese.
A partire dagli ultimi decenni del Novecento, e purtroppo ancora oggi, questa tensione si attenua, e il progetto della residenza tende a perdere la propria dimensione sociale, riducendosi spesso a prodotto edilizio isolato.
Di fronte alle trasformazioni profonde della struttura familiare e dei modi di vita — dall‘invecchiamento della popolazione alla diffusione dei nuclei monocomponenti, fino alla ridefinizione dei rapporti tra spazio domestico e lavoro — il tema della casa si ripropone con urgenza.
La recente crisi pandemica ha ulteriormente evidenziato l‘inadeguatezza di modelli abitativi fondati sulla riduzione dello spazio e sulla separazione funzionale della città. Si impone quindi una riconfigurazione dell‘abitare che integri dimensione privata e spazi condivisi, introducendo dispositivi capaci di accogliere pratiche emergenti — dal lavoro domestico al co-housing — in modo da restituire alla casa una funzione relazionale.
Parallelamente, la separazione rigida tra funzioni, conseguente al concetto nefasto della zonizzazione e della monofunzionalizzazione di parti della città, ha generato mobilità forzata, frammentazione e fenomeni di ghettizzazione sociale incompatibili con la vita di oggi. Come già osservato da Jane Jacobs – autrice di “The Death and Life of Great American Cities“ – la vitalità urbana dipende dalla mescolanza di usi e di soggetti. Analogamente, la segregazione sociale – sia essa prodotta dall‘edilizia esclusiva o da quella marginale – compromette la qualità dello spazio urbano.
Ripensare la casa significa dunque ripensare la città come sistema complesso, inclusivo e multiculturale, fondato sul mix funzionale, sociale e generazionale. In questa prospettiva, riattivare il dibattito sull‘abitare implica recuperare gli elementi fondativi di quella discussione che tanto aveva animato la cultura architettonica del secondo dopoguerra, restituendo centralità al progetto come strumento critico capace di connettere forma dello spazio e forma della società. La città, ancora oggi, inizia dalla casa.
Download cover
Download table of contents
Download introduction of Marco Casamonti