Si racconta che nel 1787, durante un viaggio in Crimea dell’imperatrice Caterina II, il principe Grigorij Aleksandrovic Potëmkin fece erigere intere facciate di cartapesta raffiguranti villaggi fittizi per nascondere la reale povertà dei territori attraversati. Da allora è entrata nel linguaggio comune l’espressione ”villaggio Potëmkin”, utilizzata per descrivere una costruzione o una facciata realizzata allo scopo di celare la realtà o di suggerirne una diversa da quella effettiva. Non sappiamo se questo racconto corrisponda al vero; ciò che possiamo certamente desumerne, però, è che il ruolo della facciata in architettura ha sempre assunto un significato che va ben oltre il semplice gesto progettuale. La facciata acquisisce una forte valenza simbolica soprattutto in alcuni periodi storici – si pensi al Rinascimento, al Barocco, al Movimento Moderno e, in modo particolare, al Postmodernismo – configurandosi, attraverso la sua presenza verticale nello spazio urbano, come manifestazione del potere, della rappresentazione sociale e della ricchezza. Per dirla con Aldo Rossi: ”La facciata è la forma della città, il luogo dell’incontro e della memoria collettiva”.
Area ha già affrontato più volte il tema della facciata, elemento imprescindibile della composizione architettonica, dedicandogli anche un numero monografico (Area 142, Façade, settembre-ottobre 2015). In quell’occasione si è indagato come il ”fronte” architettonico costituisca un terreno privilegiato di ricerca, sperimentazione e costruzione dell’identità progettuale, soprattutto in relazione al contesto di appartenenza.
Possiamo affermare con certezza che l’elemento della facciata – a differenza, per esempio, che Rinascimento – assume sempre più rilevanza con l’introduzione delle ”facciate continue” (o Curtain Walls) che hanno permesso l’utilizzo di nuovi sistemi costruttivi e materici in grado di aumentare la potenza espressiva dell’idea architettonica. Insomma, il fronte si svincola dalla struttura e diventa elemento formale come qualsiasi altra parte dell’organismo architettonico. Si pensi al Fagus- Werkdi di Walter Gropius (1911) e al Bauhaus Building di Dessau (1926). Ma anche a progetti più recenti come la facciata esterna della Kunsthaus Bregenz di Peter Zumthor o l’Opera House a Oslo dello studio norvegese Snøhetta.
La facciata, dunque, non è un semplice elemento ornamentale — né tantomeno un esercizio di stile — ma una soglia di connessione tra la dimensione pubblica e quella privata.
Attraverso la selezione dei progetti presentati in questo nuovo numero emerge con chiarezza come, pur cambiando materiali, tecniche e linguaggi espressivi, il significato della facciata rimanga sostanzialmente invariato. Essa continua a rappresentare il luogo in cui l’architettura si mostra alla città, costruendo relazioni, comunicando valori e contribuendo alla definizione dell’identità collettiva dei luoghi.
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