Nel progetto contemporaneo lo storage non è più soltanto uno spazio di servizio destinato a contenere oggetti, ma tende a configurarsi come dispositivo spaziale. In questa prospettiva, lo storage si trasforma in una parete abitata, uno spessore attrezzato capace di integrare funzioni diverse e di ridefinire il rapporto tra pieni e vuoti all’interno del progetto di architettura.
L’idea di utilizzare lo spessore della parete come spazio attivo non è nuova. Nelle architetture tradizionali lo spessore murario ospitava nicchie, armadi incassati e piccoli depositi; nelle abitazioni mediterranee o nei palazzi storici, la parete non era mai un semplice limite ma un luogo di servizio.
Nel corso della prima metà del Novecento l’architettura moderna accoglie questa idea: dalla razionalizzazione degli spazi interni e dagli armadi a muro delle case moderniste fino ai sistemi integrati che concentrano funzioni tecniche e domestiche in elementi compatti. Pensiamo agli esempi storici del “muro abitato” di Le Corbusier dell’Unité d’Habitation e alle sperimentazioni alla Joe Colombo degli anni Settanta dove un semplice elemento ridefiniva il modello dell’abitare contemporaneo. Oggi questa logica si radicalizza. La parete attrezzata diventa una infrastruttura abitativa capace di nascondere e allo stesso tempo organizzare lo spazio: al suo interno trovano posto contenitori, impianti, passaggi e talvolta interi ambienti. Attraverso porte scorrevoli, pannelli mobili o sistemi modulari, lo storage si trasforma in un elemento che permette di rivelare o occultare funzioni, rendendo gli ambienti più flessibili e adattabili nel tempo.
In questo senso lo storage non agisce solo come contenitore, ma come “architettura nello spessore”, una soglia attiva tra stanze e usi differenti. La parete abitata diventa così uno strumento progettuale capace di semplificare lo spazio e liberare le superfici per costruire ambienti trasformabili.
Oggi il tema dello storage torna al centro della riflessione progettuale. L’aumento della densità urbana, la riduzione delle superfici abitative impongono nuove strategie spaziali. Lo storage non è soltanto un contenitore nascosto, ma diventa un elemento attivo del progetto: una struttura capace di organizzare lo spazio, definire funzioni, costruire sequenze e mediare tra ordine e flessibilità.
Questo numero di Area propone una riflessione sullo storage come dispositivo architettonico. Attraverso progetti, ricerche e interpretazioni contemporanee, il tema viene indagato non solo nella sua dimensione funzionale, ma anche come occasione per ripensare il rapporto tra spazio domestico e modi dell’abitare.
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