Rivista internazionale di architettura e arti del progetto settembre/ottobre 2021

L’immortalità della pietra

Ogni architetto ha un sogno, un’idea che torna nella sua testa senza abbandonarlo mai. La mia è semplicissima: avere l’opportunità di poter costruire un edificio di sola pietra o marmo, in grandi blocchi e forti spessori. Le ragioni sono molteplici e, nell’elencazione di queste, si potrà comprendere il valore della materia rispetto al pensiero e alla costruzione intellettuale dell’opera.
La durata. Non esiste in natura, né si può fabbricare, una materia più longeva della pietra e poiché ogni architetto ricerca l’immortalità negata a sé stesso la può trovare almeno nelle opere attraverso l’uso di materiali di cui è comprovata una resistenza millenaria. Questa sensazione di potenza e forza rispetto al tempo si rispecchia, tra l’enorme varietà di esempi, nella massa austera di Palazzo Vecchio a Firenze magistralmente plasmata da Arnolfo di Cambio ormai ben oltre settecento anni fa. La continuità. Se inoltre si comprende l’importanza di preservare risorse nell’atto del costruire si comprende come nell’utilizzo delle pietre locali si scopra una spontanea congiunzione tra edificio e suolo, tra artificio e natura. Un mistero facilmente spiegabile che lega magistralmente una architettura al paesaggio di cui diventa parte integrante per ovvia trasmigrazione di materia. L’unicità. Non vi è dubbio al riguardo che attraverso la pietra sia possibile raggiungere quell’immagine retorica che si rappresenta nella parte per il tutto quando esiste una materia che consente nella sua massività il massimo dell’inerzia termica e della protezione e, se trattata e scolpita, diventare sostegno e al contempo decorazione, struttura e ornamento. Precisione e spontaneità. Nell’uso della pietra sono consentite entrambi gli estremi del costruire: l’opportunità dell’assemblaggio di pezzi o parti precedentemente scolpite e tagliate secondo le più perfette regole della stereometria per cui costruire diviene un’opera di montaggio ad altissima definizione, oppure l’incastro sapiente a secco o attraverso malte di un disegno murario che si produce naturalmente e indipendentemente secondo una casualità tanto poetica quanto vibrante. La plasticità. Ed è in questa dimensione che l’architettura e l’arte si compenetrano consentendo agli edifici di divenire sculture abitabili; un’opportunità data dalla possibilità di disegnare e scolpire i blocchi cavati per farne parti di un disegno complessivo, o ancora l’opportunità di accostare piccole parti plasmandole in modo da raggiungere la forma e gli spazi desiderati: archi, volte, figure complesse o semplicemente rettilinee. L’infinità varietà. La pietra secondo una accezione  generalizzata che associa sotto questo appellativo qualsiasi materiale lapideo – siano essi travertini, marmi, graniti, rocce sedimentarie o arenarie – consente di poter scegliere consistenze, colori e in ultimo finiture e lavorazioni, tanto vaste e differenziate da rendere inesauribile la linea delle possibilità concesse al progettista nell’uso di questa nobile materia e con ciò consentire che si compia per l’architetto, attraverso la pietra, l’essenza stessa del suo lavoro tecnico e creativo nella composizione.

Marco Casamonti

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