AREA 135 / GRAFTS

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Innesti, una questione centrale nel dibattito contemporaneo.

Se tentiamo un’interpolazione sul piano culturale tra il tema generale della 14a Rassegna Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia proposto da Rem Koolhaas, “Fundamentals” e la titolazione scelta dal curatore del Padiglione Italiano, Cino Zucchi “Innesti / Grafting”, ne discende un acronimo del pensiero che pone la questione dell’integrazione dell’architettura nei contesti urbani consolidati quale fondamento di una più generale riflessione sul progetto. Tuttavia, se ciò è indubitabile sul piano strettamente locale – il caso Italia – rimane da verificare l’estensione dell’argomento in un più ampio contesto internazionale. L’ipotesi investigativa di questo numero di Area consiste, appunto, nella selezione di casi-studio in grado di dilatare geograficamente la riflessione suggerita, valicando l’universalità della proposta attraverso la figura letteraria della metonimia – la parte per il tutto – nell’ambito disciplinare dell’architettura. Come esplicitato nel corso di un epistolario/intervista pubblicato nelle pagine a seguire, l’originalità della ricerca consiste non già nella riproposizione del tema delle preesistenze ambientali, dell’adattamento, della portoghesiana teoria dell’ascolto che è la traduzione italiana dell’affermazione di Christian Norbert Schultz sull’esistenza di un genius loci; piuttosto a partire da queste la consapevolezza che un innesto può essere anche, come sostenuto dallo stesso Zucchi, un atto violento, intenzionale, in armonia o in opposizione rispetto a un contesto dato nei confronti del quale il progetto segna la propria individualità o la conferma di un naturale senso di appartenenza, in ogni caso un’alterazione dell’equilibrio precedente. Rispetto a ciò, moderno, antimoderno, post-moderno, iper-moderno, possono coesistere rispetto alla complessità della condizione contemporanea che, pur essendo lo specchio di una società cosmopolita estranea quindi a ogni disputa linguistica, non può fare a meno di considerare qualsivoglia intervento di architettura come un’operazione di innesto e di confronto con l’esistente. Rimane pertanto confermata l’ipotesi di William Morris secondo cui “l’architettura è l’insieme delle modifiche e alterazioni – innesti – introdotte sulla superficie terrestre in vista delle necessità umane, eccetto il puro deserto”, contesto nel quale, a causa delle estreme condizioni ambientali, nessuna forma di vita, animale o vegetale, salvo rarissime eccezioni, riesce a individuare un proprio habitat.

Marco Casamonti

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